Per settimane ho letto rapporti scientifici, analizzato serie storiche e confrontato i principali database climatici mondiali per capire cosa sappiamo davvero sul cambiamento climatico. Questo articolo raccoglie il percorso completo che mi ha portato alle conclusioni presentate nel video.


Introduzione

Negli ultimi anni il cambiamento climatico è diventato uno degli argomenti più discussi al mondo.

Accendiamo la televisione e troviamo servizi sulle ondate di calore. Apriamo YouTube e qualcuno sostiene che siamo vicini alla catastrofe. Scorriamo i social e troviamo, pochi secondi dopo, qualcuno che afferma l’esatto contrario: il clima è sempre cambiato, è tutto naturale, ci stanno prendendo in giro.

Il risultato è che, dopo aver ascoltato decine di opinioni diverse, diventa difficile capire quale sia quella corretta.

Anzi, forse la domanda giusta è un’altra.

Esiste davvero una risposta oggettiva?

Da ingegnere sono abituato a ragionare in modo abbastanza semplice: quando due persone sostengono cose opposte, la prima cosa da fare è andare a vedere i dati.

Non i titoli dei giornali. Non i post su Facebook. Non i video su TikTok.

I dati.

È esattamente quello che ho deciso di fare.


Perché ho scritto questo articolo

Pensavo sarebbe stato sufficiente cercare qualche grafico online e raccontare ciò che mostrava.

Mi sono accorto quasi subito che non era così semplice.

Ogni grafico sembrava raccontare una storia diversa.

Ogni sito riportava numeri leggermente differenti.

Soprattutto, quasi nessuno spiegava come quei dati fossero stati ottenuti.

Da dove arrivano le temperature medie globali?

Come vengono misurate?

Perché istituti diversi pubblicano grafici quasi identici pur utilizzando metodologie differenti?

E soprattutto: possiamo davvero fidarci?

Così il progetto è cambiato.

Invece di limitarmi a cercare grafici già pronti, ho deciso di partire dalle fonti originali.

Ho scaricato i rapporti scientifici.

Ho consultato i database climatici.

Ho analizzato alcune serie storiche.

Ho perfino scaricato ed elaborato direttamente una parte dei dati ERA5 di Copernicus per comprenderne la struttura e il funzionamento.

Questo articolo è il risultato di quel percorso.

Non pretende di essere una pubblicazione scientifica.

Vuole semplicemente accompagnare il lettore lungo lo stesso ragionamento che ho seguito io.


Il metodo

Una cosa è diventata chiara quasi subito.

Parlare di clima è molto più difficile di quanto sembri.

Quando leggiamo che“la temperatura media globale è aumentata di 1,5 °C”, potremmo immaginare l’esistenza di un enorme termometro terrestre.

Naturalmente non è così.

La Terra è ricoperta da milioni di punti di misura.

Stazioni meteorologiche.

Boe oceaniche.

Navi.

Satelliti.

Radiosonde.

Ognuno di questi strumenti raccoglie dati differenti, con frequenze diverse e precisioni differenti.

Trasformare tutte queste informazioni in una singola temperatura media richiede un enorme lavoro statistico.

Le misure devono essere controllate.

Gli errori devono essere eliminati.

Le stazioni che nel tempo sono state spostate devono essere corrette.

Bisogna distinguere il riscaldamento reale dall’effetto dell’urbanizzazione.

Le zone con molte stazioni non possono pesare più di quelle scarsamente monitorate.

Insomma, dietro una semplice linea su un grafico esiste un lavoro enorme di elaborazione.

Prima ancora di chiedermi se il cambiamento climatico esista oppure no, ho quindi voluto capire se queste elaborazioni fossero solide.

La risposta, come vedremo, è sì.

Ma ci arriveremo con calma.


Le fonti utilizzate

Per limitare il più possibile eventuali bias ho deciso di utilizzare principalmente fonti istituzionali o organizzazioni scientifiche riconosciute a livello internazionale.

Le principali sono:

Quando possibile ho confrontato i risultati ottenuti da fonti diverse.

Ed è stata probabilmente la sorpresa più interessante di tutto il lavoro.

Pur utilizzando metodologie differenti, quasi tutte raccontano la stessa storia.


Domanda 1 – Fa davvero più caldo?

È probabilmente la domanda più semplice. Ed è anche quella da cui conviene partire.

Se la risposta fosse “no”, il resto dell’articolo non avrebbe praticamente senso.

Per capire se il pianeta si stia realmente scaldando possiamo osservare diverse serie storiche.

Una delle più utilizzate è quella di Berkeley Earth.

Il grafico mostra l’andamento della temperatura media annuale in Italia dalla metà dell’Ottocento a oggi.

La prima cosa che salta all’occhio è una notevole variabilità.

Alcuni anni sono più caldi. Altri più freddi.

È perfettamente normale.

Il clima presenta sempre oscillazioni naturali.

Ma osservando la media su periodi sufficientemente lunghi (la linea blu tratteggiata) emerge qualcosa di molto evidente.

La linea di fondo continua a salire.

Negli ultimi decenni l’Italia si è riscaldata di circa 2-3 °C rispetto alla seconda metà del XIX secolo.

Osserviamo il dato globale.

Anche qui il comportamento è praticamente identico.

Cambiano i valori assoluti.

Cambia la scala.

Ma il trend è lo stesso.

La temperatura media globale aumenta in modo progressivo, con oscillazioni annuali che si sovrappongono a una tendenza di lungo periodo.

A questo punto sembrerebbe che la risposta sia semplice.

Sì.

Il pianeta si sta effettivamente scaldando.

Ma basta uscire una mattina di gennaio, quando il termometro segna pochi gradi sotto zero, per far nascere immediatamente una nuova domanda.

Se il pianeta si sta scaldando… perché continua a fare freddo?

Ed è proprio da qui che ripartiremo nel prossimo capitolo.

Domanda 2 — Se il pianeta si sta scaldando, perché in inverno continua a fare freddo?

La risposta più semplice è cheriscaldamento globale non significa scomparsa dell’inverno.

Il clima terrestre continua a essere regolato dalle stagioni. L’inclinazione dell’asse terrestre determina una diversa quantità di energia solare ricevuta durante l’anno, quindi gennaio continuerà a essere più freddo di luglio alle nostre latitudini. Un aumento della temperatura media non elimina questa oscillazione: sposta verso l’alto l’intera distribuzione delle temperature.

Per capire la differenza possiamo tornare alle serie di Berkeley Earth e passare dalle medie annuali a quelle mensili.

Il grafico, a prima vista, sembra quasi illeggibile. Ogni anno contiene dodici punti: uno per ogni mese. Le temperature salgono durante l’estate, scendono in inverno e poi ricominciano.

Questa oscillazione stagionale è molto più ampia del riscaldamento climatico osservato. Tra gennaio e agosto possono esserci differenze di parecchi gradi, mentre il cambiamento della media avviene lentamente, nell’arco di decenni.

Ma osservando la serie nel suo insieme si nota che anche i mesi freddi tendono progressivamente a spostarsi verso temperature più elevate.

Questo non significa che non possano più verificarsi nevicate, irruzioni di aria artica o periodi con temperature molto basse. Significa che,considerati nel loro insieme, gli inverni recenti risultano mediamente meno freddi rispetto a quelli del passato.

È la differenza fondamentale trameteoeclima.

Il meteo descrive ciò che accade in un determinato luogo e in un intervallo temporale breve: la temperatura di oggi, la nevicata della scorsa settimana o l’ondata di gelo di gennaio.

Il clima descrive invece la distribuzione statistica di quelle condizioni su periodi molto lunghi. Non osserva soltanto il singolo valore, ma la frequenza con cui si verificano temperature alte, basse o intermedie e il modo in cui questa distribuzione cambia nel tempo.

Per questo una settimana particolarmente fredda non smentisce il riscaldamento globale, così come una singola giornata caldissima non sarebbe sufficiente a dimostrarlo.

Le due affermazioni seguenti possono quindi essere entrambe vere:

Quest’inverno ha fatto molto freddo.

e

Gli inverni, mediamente, sono diventati meno freddi.

Non c’è alcuna contraddizione.

Lo stesso ragionamento vale per le temperature minime. I dati italiani continuano a mostrare episodi molto freddi, ma ISPRA rileva una crescita delle temperature minime e una prevalenza delle anomalie positive negli anni più recenti.

La risposta alla seconda domanda è quindi abbastanza netta:sì, continuerà a fare freddo in inverno. Ma il fatto che esistano ancora giornate gelide non significa che la distribuzione complessiva delle temperature non si stia spostando verso l’alto.

Questa osservazione, però, apre un’altra questione.

Guardando le serie storiche si nota infatti che anche molti decenni fa esistevano giornate o mesi eccezionalmente caldi.

Se faceva già così caldo negli anni Trenta, cosa sarebbe cambiato davvero?


Domanda 3 — Faceva già così caldo negli anni Trenta?

Sì.

Anche negli anni Venti, Trenta o Quaranta si verificavano giornate estremamente calde.

Nessuna ricostruzione climatica seria sostiene che il caldo sia comparso improvvisamente negli ultimi decenni. Le ondate di calore, le siccità e i picchi di temperatura fanno parte da sempre della variabilità naturale.

Il problema è capirequale dato stiamo confrontando.

Se prendiamo soltanto la temperatura massima raggiunta in un mese o in un anno, possiamo trovare valori molto elevati anche nel passato. Ma quel singolo valore non ci dice:

  • quante volte si è verificato;
  • per quanti giorni è durato;
  • quanto era estesa l’area coinvolta;
  • quanto erano elevate le temperature notturne;
  • quanto rapidamente il territorio riusciva a raffreddarsi.

Immaginiamo due estati.

Nella prima vengono registrati 40 °C per un solo pomeriggio, seguiti da settimane con temperature normali e notti fresche.

Nella seconda i 40 °C vengono raggiunti più volte, il caldo persiste per giorni e durante la notte la temperatura non scende mai sotto i 24 °C.

Il valore massimo è simile, ma l’impatto sul corpo umano, sull’agricoltura, sugli ecosistemi e sui consumi energetici è completamente diverso.

Per questo, oltre ai record assoluti, la climatologia utilizza indicatori capaci di descrivere frequenza e durata del caldo.

Uno di questi è il numero dellenotti tropicali, cioè le notti durante le quali la temperatura minima resta superiore a 20 °C.

Questo indicatore è particolarmente importante perché la notte dovrebbe permettere al corpo umano, agli edifici e al territorio di disperdere parte del calore accumulato durante il giorno. Quando la temperatura rimane elevata anche durante le ore notturne, lo stress termico aumenta e diventa più difficile recuperare.

I dati ISPRA mostrano una crescita evidente di queste condizioni. Nel 2024 il numero medio nazionale delle notti tropicali è risultato superiore di circa 25 rispetto al valore normale del periodo 1991–2020.

La stessa tendenza emerge osservando altri indicatori:

  • aumentano i giorni torridi;
  • aumentano le giornate estive;
  • diminuiscono i giorni freddi;

Bisogna fare attenzione a interpretare correttamente questi grafici. Molti di essi non mostrano il numero assoluto di giornate, ma unaanomaliarispetto a un periodo climatico di riferimento.

Una barra posta a +20, per esempio, non significa necessariamente che quell’anno si siano verificate venti notti tropicali. Significa che ce ne sono state venti in più rispetto alla media del trentennio usato come riferimento.

Questo metodo consente di confrontare luoghi e periodi differenti, ma può risultare poco intuitivo se non viene spiegato.

La conclusione, comunque, non cambia.

Le temperature estreme esistevano anche un secolo fa. Ciò che è cambiato non è semplicemente la possibilità di raggiungere un determinato valore, ma lafrequenza, la persistenza e la diffusione del caldo.

In altre parole, non stiamo osservando soltanto nuovi record. Stiamo osservando un cambiamento della normalità.

Rimane però un dubbio molto comprensibile.

Il riscaldamento globale viene spesso descritto attraverso variazioni di uno o due gradi. Nella vita quotidiana una differenza simile sembra quasi irrilevante.

Come può produrre conseguenze tanto importanti?


Domanda 4 — Come può anche solo un grado fare tanta differenza?

Un grado sembra poco.

Durante una normale giornata la temperatura può variare di dieci o quindici gradi tra la mattina e il pomeriggio. Tra una stanza e l’altra della stessa casa possono esserci differenze superiori.

Il problema è che stiamo confrontando quantità completamente diverse.

L’aumento climatico non rappresenta la variazione registrata da un singolo termometro in un determinato luogo. È lo spostamento dellatemperatura media dell’intero pianeta, calcolata includendo oceani, continenti e atmosfera.

Scaldare di un grado l’acqua contenuta in un pentolino richiede una quantità relativamente piccola di energia.

Scaldare gli oceani, il suolo e l’atmosfera dell’intera Terra richiede invece un’enorme quantità di energia aggiuntiva.

Gran parte di questo calore non rimane nell’aria. Viene assorbito dagli oceani, che rappresentano il principale serbatoio termico del sistema climatico. È quindi sbagliato interpretare l’aumento della temperatura atmosferica come se fosse l’unica manifestazione del fenomeno.

Quell’energia modifica l’equilibrio complessivo del sistema: influenza l’evaporazione, la circolazione atmosferica, i ghiacci, il livello del mare e il ciclo dell’acqua.

Un aspetto particolarmente importante riguarda il vapore acqueo.

In condizioni vicine a quelle dell’atmosfera terrestre, l’aria più calda può contenere una quantità maggiore di vapore prima di raggiungere la saturazione. L’incremento è approssimativamente del 7% per ogni grado di riscaldamento, secondo la relazione fisica nota come Clausius-Clapeyron.

Questo non significa automaticamente che ovunque pioverà il 7% in più.

Significa che l’atmosfera ha la possibilità di trasportare una maggiore quantità d’acqua. Quando si creano le condizioni adatte alla condensazione, le precipitazioni possono quindi diventare più intense.

Possiamo immaginare l’atmosfera come una spugna.

Quando si scalda, aumenta la quantità di acqua che può trattenere. Quando si raffredda o incontra condizioni favorevoli alla condensazione, può rilasciarne una quantità maggiore.

Questo meccanismo contribuisce a rendere più intensi alcuni episodi di precipitazione, ma può anche accentuare l’evaporazione e l’inaridimento del suolo durante i periodi asciutti.

Per questo un clima più caldo può essere associato sia a piogge molto intense sia a periodi di siccità più severi. Non perché i due fenomeni siano contraddittori, ma perché fanno parte dello stesso ciclo dell’acqua reso più energico.

L’IPCC conclude che il cambiamento climatico di origine umana ha già influenzato diversi estremi meteorologici e climatici in ogni regione del mondo. L’evidenza è particolarmente forte per gli estremi di caldo; per altri fenomeni, come precipitazioni intense, siccità e cicloni tropicali, il grado di attribuzione varia in base alla regione e al tipo di evento.

È quindi corretto dire che un aumento medio di un grado può produrre conseguenze importanti.

Non perché un grado sia sempre percepibile nella nostra esperienza quotidiana, ma perché rappresenta uno spostamento energetico dell’intero sistema climatico.

Questo, però, non significa che ogni temporale, ogni incendio o ogni alluvione possa essere attribuito direttamente al riscaldamento globale.

Ed è qui che il problema diventa più complesso.


Domanda 5 — Gli eventi estremi sono causati dal cambiamento climatico?

No.

O, più precisamente, non è corretto formulare la domanda in questi termini.

Uragani, tornado, piogge torrenziali, grandinate, siccità e alluvioni esistevano molto prima dell’aumento moderno delle emissioni.

Un singolo evento meteorologico nasce dall’interazione di numerosi fattori: pressione atmosferica, correnti, venti, temperatura del mare, umidità, configurazione del territorio e condizioni locali.

Per questo gli scienziati non osservano un temporale e affermano semplicemente:

Questo temporale è stato causato dal cambiamento climatico.

La domanda studiata dalla scienza dell’attribuzione è diversa:

Quanto il cambiamento climatico ha modificato la probabilità o l’intensità di un evento come questo?

È una distinzione essenziale.

Pensiamo a un dado truccato.

Un singolo lancio con risultato sei non ci permette di stabilire se il dado sia normale oppure no. Ma analizzando centinaia o migliaia di lanci possiamo capire se il sei compare più spesso del previsto.

Il cambiamento climatico funziona in modo simile: non crea necessariamente dal nulla un determinato evento, ma può modificare le condizioni di fondo e rendere alcuni risultati più probabili o più intensi.

Per studiare questa relazione i ricercatori confrontano osservazioni e simulazioni climatiche. In particolare, ricostruiscono due mondi:

  • quello reale, con il riscaldamento prodotto dalle attività umane;
  • un mondo ipotetico senza quell’influenza antropica.

La differenza tra i due permette di stimare quanto siano cambiate le probabilità.

Un’organizzazione che svolge frequentemente questo tipo di analisi èWorld Weather Attribution, una collaborazione internazionale fra ricercatori e istituti scientifici.

I risultati non sono sempre gli stessi.

Per alcune ondate di calore l’influenza del cambiamento climatico emerge in modo estremamente netto. Per altri eventi, invece, i dati non consentono di individuare una relazione statisticamente significativa.

Un caso particolarmente interessante è l’alluvione che colpì l’Emilia-Romagna nel maggio 2023.

Link per lo studio completo:Limited net role for climate change in heavy spring rainfall in Emilia-Romagna

La regione fu interessata da tre episodi di precipitazione intensa, che produssero esondazioni, frane, vittime e danni molto estesi.

L’interpretazione immediata, anche da parte di molti mezzi di informazione, fu che l’evento rappresentasse una conseguenza evidente del cambiamento climatico.

Lo studio realizzato da World Weather Attribution arrivò però a una conclusione più prudente.

Analizzando le precipitazioni primaverili su 21 giorni, i ricercatori non trovarono una tendenza statisticamente significativa nell’area studiata. Anche i modelli climatici utilizzati non mostrarono un chiaro aumento della probabilità o dell’intensità di quel particolare tipo di evento a causa del riscaldamento antropico.

Questo non significa che lo studio abbia dimostrato l’assenza assoluta di qualsiasi relazione.

Significa che, con i dati e i modelli disponibili,non è stato possibile rilevare un segnale nettoper quella specifica configurazione di precipitazioni primaverili in Emilia-Romagna.

Il Mediterraneo presenta infatti dinamiche complesse. Da un lato, un’atmosfera più calda può contenere più vapore e favorire precipitazioni intense. Dall’altro, i cambiamenti nella circolazione atmosferica possono ridurre la frequenza di alcune configurazioni favorevoli alla pioggia.

Questi effetti possono compensarsi, rendendo più difficile identificare una tendenza univoca.

Lo studio sottolineò inoltre che la gravità di un’alluvione non dipende solo dalla quantità di pioggia.

Contano anche:

  • le condizioni precedenti del terreno;
  • il livello dei fiumi;
  • la morfologia del territorio;
  • l’urbanizzazione;
  • l’impermeabilizzazione del suolo;
  • la manutenzione delle infrastrutture;
  • l’esposizione e la vulnerabilità della popolazione.

L’Emilia-Romagna arrivava da un lungo periodo siccitoso. Le prime precipitazioni contribuirono a saturare il terreno e ad alzare i livelli idrici; gli episodi successivi trovarono quindi un sistema già fortemente sollecitato.

La lezione più importante è cheevento meteorologico e disastro non sono la stessa cosa.

Una pioggia intensa diventa una catastrofe quando incontra un territorio vulnerabile, infrastrutture insufficienti, corsi d’acqua già pieni e aree urbanizzate esposte.

La scienza non assegna automaticamente ogni disastro al cambiamento climatico. Cerca invece di distinguere il contributo dei diversi fattori e di quantificare l’incertezza.

È proprio questa prudenza a rendere il metodo scientifico credibile.

Se però gli eventi naturali sono sempre esistiti e la loro attribuzione non è sempre semplice, rimane aperta una possibilità:

potrebbe trattarsi soltanto di un ciclo naturale?

Domanda 6 — È solo un ciclo naturale?

Il clima non è mai stato perfettamente stabile.

Nel corso della storia terrestre si sono alternati periodi più caldi e più freddi, determinati da variazioni dell’orbita, attività vulcanica, cambiamenti nella radiazione solare, movimenti degli oceani e molte altre cause.

Anche su scale temporali brevi esistono oscillazioni naturali capaci di modificare temporaneamente la temperatura media globale.

La più conosciuta è l’El Niño–Southern Oscillation, abbreviata in ENSO.

El Niño e La Niña rappresentano rispettivamente la fase calda e quella fredda di un’oscillazione che coinvolge l’Oceano Pacifico equatoriale e l’atmosfera sovrastante. Il fenomeno influenza temperature, precipitazioni e circolazione atmosferica in molte regioni del mondo.

Durante El Niño, le acque superficiali di una vasta porzione del Pacifico centrale e orientale risultano più calde della norma. Questo calore viene in parte trasferito all’atmosfera e tende ad aumentare temporaneamente la temperatura media globale.

Durante La Niña avviene il contrario: le acque superficiali risultano più fredde e la temperatura globale tende a essere leggermente inferiore rispetto alla tendenza di fondo.

Se sovrapponiamo le fasi di El Niño alla serie delle temperature globali, la correlazione appare evidente.

Il forte El Niño del 1997–1998 contribuì a rendere il 1998 eccezionalmente caldo.

Un altro episodio molto intenso accompagnò il record del 2016.

Il fenomeno del 2023–2024 contribuì nuovamente a innalzare le temperature globali, anche se Berkeley Earth osserva che le anomalie recenti hanno superato quelle prodotte dai precedenti grandi eventi di El Niño rispetto alla tendenza climatica di fondo.

El Niño, quindi, conta.

Ma non è sufficiente.

Se fosse la causa principale del riscaldamento di lungo periodo, ci aspetteremmo picchi caldi e fasi fredde distribuiti intorno a una media sostanzialmente stabile.

Invece la base sulla quale si sviluppano queste oscillazioni continua a salire.

Ogni nuovo El Niño parte mediamente da temperature più alte rispetto ai precedenti. Anche gli anni influenzati da La Niña, pur risultando più freschi di quelli immediatamente vicini, sono spesso più caldi di anni di El Niño avvenuti molti decenni fa.

ENSO spiega quindi una parte delle variazioni da un anno all’altro, ma non il trend pluridecennale.

Possiamo immaginare una persona che salta su una scala mobile.

I salti rappresentano El Niño e La Niña: a volte la persona si trova temporaneamente più in alto, altre volte più in basso.

La scala mobile rappresenta la tendenza climatica.

Anche quando la persona smette di saltare, il piano sotto di lei continua a salire.

I cicli naturali esistono e continuano a influenzare il clima. La loro presenza non è alternativa al riscaldamento di origine antropica: i due fenomeni si sovrappongono.

A questo punto la domanda diventa inevitabile.

Come facciamo a sapere che la tendenza di fondo è dovuta soprattutto alle attività umane?


Domanda 7 — Come sappiamo che la causa è antropica?

L’attribuzione del riscaldamento globale alle attività umane non dipende da una singola prova.

Nasce dalla convergenza di osservazioni appartenenti a discipline diverse: fisica, chimica atmosferica, oceanografia, climatologia e geologia.

La prima evidenza riguarda la concentrazione atmosferica di anidride carbonica.

Prima dell’industrializzazione, la concentrazione di CO₂ era intorno a 280 parti per milione. Oggi supera le 420 parti per milione: un aumento di circa il 50%.

La crescita accelera a partire dall’industrializzazione e procede parallelamente all’utilizzo su larga scala di carbone, petrolio e gas.

Una correlazione temporale, però, non è sufficiente a dimostrare l’origine della CO₂.

Potrebbe teoricamente provenire dagli oceani, dai vulcani o da qualche altro processo naturale.

Per capire da dove arriva si studia la composizione isotopica del carbonio.

Gli isotopi sono forme dello stesso elemento con un diverso numero di neutroni. Il carbonio presente nei combustibili fossili è relativamente povero di carbonio-13 ed è praticamente privo di carbonio-14, decaduto durante i milioni di anni trascorsi sottoterra.

Quando bruciamo carbone, petrolio e gas, immettiamo nell’atmosfera CO₂ con questa specifica firma isotopica.

Ed è esattamente ciò che viene misurato: mentre la CO₂ atmosferica aumenta, la proporzione degli isotopi più pesanti diminuisce secondo il comportamento atteso per un crescente contributo dei combustibili fossili. NOAA indica anche l’assenza di carbonio-14 nei combustibili fossili come una delle evidenze della loro origine nel recente incremento atmosferico.

Esiste poi un’altra traccia.

La combustione non produce soltanto anidride carbonica: consuma ossigeno.

Le misure atmosferiche mostrano infatti una lenta diminuzione della concentrazione di ossigeno, coerente con la quantità utilizzata durante la combustione dei combustibili fossili.

Le evidenze raccontano quindi una sequenza coerente:

  1. la concentrazione di CO₂ aumenta;
  2. l’aumento coincide con le emissioni industriali;
  3. la firma isotopica indica carbonio di origine fossile;
  4. l’ossigeno diminuisce secondo quanto previsto dalla combustione.

Rimane infine la prova fisica.

La capacità della CO₂ di assorbire radiazione infrarossa non è un’ipotesi costruita recentemente per spiegare l’aumento delle temperature. È una proprietà misurabile in laboratorio, studiata fin dall’Ottocento.

La superficie terrestre assorbe energia solare e la riemette sotto forma di radiazione infrarossa. I gas serra assorbono parte di questa radiazione e la riemettono in varie direzioni, rallentando la dispersione di energia verso lo spazio.

Aumentando la concentrazione di CO₂, si modifica quindi l’equilibrio radiativo del pianeta.

I modelli climatici rappresentano un’ulteriore verifica.

Quando vengono fatti funzionare utilizzando soltanto i fattori naturali — come variazioni solari e vulcani — non riproducono il riscaldamento osservato negli ultimi decenni.

Quando vengono aggiunti i fattori antropici, in particolare i gas serra e gli aerosol, le simulazioni risultano compatibili con l’andamento misurato.

Sulla base di questo insieme di evidenze, l’IPCC conclude che l’influenza umana sul riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani e delle terre emerse è inequivocabile.

La formulazione è importante.

Non significa che ogni variazione climatica sia causata dall’uomo. I fenomeni naturali continuano a esistere.

Significa che il riscaldamento netto osservato dall’epoca industriale non può essere spiegato senza l’influenza delle attività umane.

Resta però un’obiezione apparentemente molto forte.

La CO₂ rappresenta circa lo 0,04% dell’atmosfera.

Come può una quantità tanto piccola modificare il clima di un intero pianeta?


Domanda 8 — Basta davvero così poca CO₂?

La domanda nasce da un’intuizione comprensibile:

se una sostanza è presente in quantità molto ridotta, il suo effetto dovrebbe essere trascurabile.

In realtà, nei sistemi fisici e biologici, la concentrazione da sola non determina l’importanza di una sostanza.

Conta soprattuttocome quella sostanza interagisce con il sistema.

L’atmosfera è composta principalmente da azoto e ossigeno. Questi due gas costituiscono quasi tutto il suo volume, ma interagiscono relativamente poco con la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre.

La CO₂, pur essendo molto meno abbondante, assorbe invece radiazione in specifiche bande dell’infrarosso.

Non deve bloccare tutta l’energia in uscita.

È sufficiente che modifichi la quantità e l’altitudine dalla quale il calore riesce a essere disperso verso lo spazio.

La luce visibile proveniente dal Sole attraversa in larga parte l’atmosfera e riscalda la superficie. La Terra restituisce poi questa energia sotto forma di infrarosso.

La CO₂ e gli altri gas serra assorbono parte di questa radiazione.

L’effetto serra naturale è indispensabile.

Senza gas serra, la temperatura media della superficie terrestre sarebbe molto più bassa e il pianeta non avrebbe le condizioni che hanno permesso lo sviluppo della vita come la conosciamo. NASA sottolinea che il problema non è l’esistenza dei gas serra, ma il loro aumento: più gas capaci di trattenere calore sono presenti, maggiore è il riscaldamento del sistema.

La domanda corretta, quindi, non è:

La CO₂ è tanta o poca rispetto all’intera atmosfera?

È:

Di quanto è cambiata rispetto alla concentrazione che regolava l’equilibrio climatico precedente?

Passare da 280 a oltre 420 parti per milione significa aumentare la concentrazione di circa il 50%.

Se una sostanza svolge una funzione fisica precisa, un incremento del 50% non è affatto piccolo.

Esiste spesso un’altra obiezione: alcune bande di assorbimento della CO₂ sarebbero già “sature”, quindi aggiungerne altra non dovrebbe produrre ulteriori effetti.

Il ragionamento contiene una parte di verità, ma conduce a una conclusione sbagliata.

Al centro di alcune bande l’assorbimento è già molto forte. Tuttavia, aumentando la concentrazione di CO₂:

  • si amplia l’assorbimento nelle zone laterali delle bande;
  • cambia l’altitudine dalla quale la radiazione riesce a uscire;
  • aumenta l’effetto negli strati superiori dell’atmosfera.

L’effetto aggiuntivo diventa progressivamente meno intenso per ogni nuova molecola, ma non si annulla.

Per questo la relazione tra concentrazione di CO₂ e forcing radiativo è approssimativamente logaritmica: raddoppiare la concentrazione produce un incremento energetico simile, indipendentemente dal livello iniziale.

Il punto fondamentale è cheuna piccola frazione dell’atmosfera può controllare un processo molto importante, perché azoto e ossigeno non svolgono la stessa funzione radiativa.

La CO₂ non è importante nonostante sia poco abbondante.

È importante per le sue proprietà fisiche.

A questo punto abbiamo stabilito quattro elementi:

  • la temperatura sta aumentando;
  • i cicli naturali non spiegano il trend;
  • la CO₂ aggiuntiva proviene principalmente dalle attività umane;
  • la fisica spiega perché il suo aumento produce riscaldamento.

Rimane l’ultima domanda.

Dove conduce tutto questo?


Domanda 9 — Dove stiamo andando?

Prevedere il clima futuro non significa indovinare che tempo farà a Bologna il 14 marzo 2087.

Meteo e clima sono problemi differenti.

Le previsioni meteorologiche cercano di ricostruire lo stato preciso dell’atmosfera nel breve periodo. Piccole differenze nelle condizioni iniziali aumentano rapidamente l’incertezza.

Le proiezioni climatiche studiano invece il comportamento statistico del sistema su periodi lunghi, in funzione di determinate condizioni esterne.

Per questo l’IPCC non propone una sola previsione del futuro.

Costruisce diversiscenari.

Gli scenari descrivono possibili traiettorie delle emissioni, dello sviluppo economico, dell’uso dell’energia e della popolazione. A ciascuna traiettoria corrisponde una diversa evoluzione della concentrazione dei gas serra e, di conseguenza, della temperatura.

Per evitare una quantità eccessiva di sigle possiamo riassumerli in tre grandi gruppi:

Scenario a basse emissioni

Le emissioni vengono ridotte rapidamente fino a raggiungere valori netti prossimi allo zero. Il riscaldamento si stabilizza su livelli relativamente contenuti.

Scenario intermedio

Le emissioni diminuiscono più lentamente o restano elevate per diversi decenni. Il riscaldamento prosegue e supera con maggiore probabilità i 2 °C rispetto al periodo preindustriale.

Scenario ad alte emissioni

L’utilizzo di combustibili fossili continua a crescere o rimane molto elevato. La temperatura aumenta molto di più entro la fine del secolo, insieme ai rischi climatici associati.

L’IPCC valuta che, negli scenari di emissioni molto basse o basse, il superamento dei 2 °C sia rispettivamente estremamente improbabile o improbabile. Nello scenario intermedio il superamento diventa invece estremamente probabile, mentre negli scenari elevati può verificarsi già intorno alla metà del secolo.

È importante capire che questi scenari non sono profezie.

L’IPCC non afferma:

Nel 2100 la temperatura sarà esattamente questa.

Afferma:

Se le emissioni seguiranno questa traiettoria, il sistema climatico evolverà probabilmente entro questo intervallo.

È simile a un navigatore.

Il navigatore non conosce in anticipo la strada che decideremo di percorrere. Può però mostrarci dove conducono itinerari differenti.

Fino alla metà del secolo le curve climatiche appaiono relativamente vicine.

Questo accade per due ragioni principali.

La prima è l’inerzia del sistema climatico: gli oceani accumulano e rilasciano calore lentamente.

La seconda è che una parte del riscaldamento futuro dipende da emissioni già avvenute e da quelle che avverranno nel breve periodo.

Le differenze fra gli scenari diventano molto più evidenti nella seconda metà del secolo.

Ciò significa che molte scelte compiute oggi produrranno i loro effetti maggiori quando saranno adulti i bambini di oggi e quando nasceranno le generazioni successive.

Qualunque sia lo scenario seguito, una parte del cambiamento è ormai inevitabile. Anche nello scenario di forte riduzione delle emissioni, le temperature rimarranno elevate rispetto al passato per molto tempo.

Questo rende necessarie due strategie complementari.

La prima è lamitigazione, cioè la riduzione delle cause del cambiamento climatico attraverso il contenimento delle emissioni e l’aumento degli assorbimenti.

La seconda è l’adattamento, cioè la preparazione agli effetti già presenti o non più completamente evitabili.

Adattarsi può significare:

  • progettare città capaci di gestire meglio le ondate di calore;
  • migliorare la sicurezza idraulica;
  • ridurre l’impermeabilizzazione del suolo;
  • rendere edifici e infrastrutture più resistenti;
  • modificare pratiche agricole e gestione delle risorse idriche;
  • sviluppare sistemi di allerta e protezione civile più efficaci.

Mitigazione e adattamento non sono alternative.

Ridurre le emissioni senza adattarsi lascerebbe territori e popolazioni esposti ai cambiamenti già in corso.

Adattarsi senza ridurre le emissioni significherebbe cercare di inseguire rischi progressivamente più difficili e costosi da gestire.

Il futuro, quindi, non è già scritto in quei grafici.

I grafici mostrano un insieme di conseguenze possibili.

La cosa più importante non è soltanto osservare dove finiscono le curve, ma capire perché iniziano a separarsi.


Conclusioni — Che cosa possiamo davvero affermare?

Partendo da nove domande abbiamo attraversato serie storiche, indicatori climatici, fenomeni naturali, chimica atmosferica e scenari futuri.

Le conclusioni principali possono essere riassunte così.

La temperatura media è aumentata in Italia e nel mondo. Serie indipendenti, costruite con metodologie differenti, mostrano lo stesso andamento generale. Berkeley Earth stima per l’Italia un riscaldamento superiore alla media globale, mentre i principali dataset concordano sulla netta accelerazione osservata negli ultimi decenni.

Gli inverni freddi e le singole ondate di gelo continuano a esistere. Non contraddicono il riscaldamento climatico, perché il meteo descrive eventi brevi mentre il clima descrive la loro distribuzione nel lungo periodo.

Le temperature elevate non sono una novità assoluta. Ciò che è cambiato è la frequenza con cui il caldo si presenta, la sua durata, la sua estensione e la difficoltà del territorio di raffreddarsi durante la notte.

Un aumento medio globale di uno o due gradi non è piccolo. Rappresenta una variazione energetica dell’intero sistema climatico e altera il ciclo dell’acqua, gli oceani, i ghiacci e la probabilità di diversi eventi estremi.

Non ogni alluvione, incendio o temporale può essere attribuito direttamente al cambiamento climatico. L’influenza varia a seconda del fenomeno, della regione e della qualità delle osservazioni disponibili.

I cicli naturali, come El Niño e La Niña, influenzano fortemente le variazioni da un anno all’altro, ma non spiegano la tendenza pluridecennale.

L’aumento della CO₂ è riconducibile principalmente alla combustione di carbone, petrolio e gas. Lo indicano le emissioni registrate, la composizione isotopica del carbonio e la diminuzione dell’ossigeno atmosferico.

La ridotta concentrazione della CO₂ non rende trascurabile il suo effetto. Le sue proprietà di assorbimento dell’infrarosso le permettono di influenzare l’equilibrio energetico terrestre anche se rappresenta una piccola frazione dell’atmosfera.

Infine, il futuro dipenderà dalla traiettoria delle emissioni e dalla nostra capacità di prepararci ai cambiamenti già in corso.

L’obiettivo di questa analisi non è stabilire quale decisione politica o personale debba prendere ogni lettore.

È mostrare il percorso che conduce alle conclusioni scientifiche.

In un dibattito dominato spesso da slogan opposti, il passaggio più importante è forse quello iniziale:

mettere da parte, almeno per un momento, le opinioni già formate e guardare come sono stati raccolti i dati, quali ipotesi sono state testate e quali incertezze rimangono.

Non è necessario accettare una conclusione soltanto perché proviene da un’autorità.

Ma per metterla seriamente in discussione occorre confrontarsi con l’intero insieme delle prove, non soltanto con il singolo dato che sembra confermare ciò che pensavamo già.

È questo, in fondo, il significato del metodo scientifico.

Non eliminare il dubbio.

Usarlo bene.


Fonti principali

Per la versione definitiva dell’articolo inserirei una bibliografia ordinata per capitolo, non un’unica lista indistinta. La struttura potrebbe essere questa:

Temperature e serie storiche

Cause e attribuzione

Scenari futuri

2 commento su “Ho analizzato i dati sul clima: ecco cosa dicono davvero”

  1. Ciao,
    grazie per l’ottimo video e articolo ben approfondito e logico.
    Hai mai pensato di aggiungere alla tua analisi anche l’attivita’ solare?
    La piu’ grossa fonte di energia del pianeta e’ il sole e spesso non viene presa in considerazione, cio’ non significa che la nostra tecnologia non abbia lasciato un’impronta ma che potrebbe averne fatta una maggiore o minore
    Che ne pensi?

    Grazie ancora,
    Mirko

    1. Ciao e grazie per il commento!
      Non avevo inserito quello e molte altre domande per non far arrivare il video a 3 ore e mezza… ma ho visto che tantissimi chiedono approfondimenti, quindi preparerò sicuramente un secondo round di domande da analizzare!

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